Sono Angela Luongo e vivo a Pozzuoli. Sono una mamma, un’insegnante di musica e presidente dell'’associazione musicale Sinfonia Flegrea. Usando le parole del M° Daniel Barenboim, per me
“la musica è tutto”, perché potente strumento di crescita sociale e culturale.
Con l’intenzione di contribuire al miglioramento delle condizioni di vita nella città di Pozzuoli
mi candido alle elezioni di Pozzuoli dell’11 Giugno 2017 come Consigliere Comunale.

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Ci sono ragioni profonde, esperienze di vita cruciali, che legano indissolubilmente l’individuo alla musica. Alcune biografie, più di altre, dimostrano quanto sia riduttivo pensare alla musica come mero intrattenimento, incarnando piuttosto la cosiddetta ‘via di salvezza’, un grande conforto, l’espressione del sé più diretta, immediata e completa.
La musica arricchisce. La musica riesce a smuovere le corde più intime della propria personalità, insegna a relazionarsi con gli altri e, spesso, offre opportunità di riscatto, soddisfazione e realizzazione.
La musica è sempre appagante, per quello che è, per il suo strano potere emozionale. Supportata dallo studio, da educazione musicale, diventa uno strumento efficace di crescita e di auto-coscienza.
Il caso di Esa Abrate, ‘baby direttore d’orchestra’, per la giovane età in cui è riuscito a raggiungere livelli altamente professionali, è uno degli esempi più evidenti di questo potere. Esa è un ragazzo di origini africane, che oggi frequenta il liceo Cavour di Torino. La sua è una storia particolare, difficile e toccante, ma il cui percorso merita di essere raccontato per il suo esito. Rimasto orfano di madre alla tenera età di 3 anni, la sua prima infanzia è proseguita nell’assenza del padre, che non si è curato di lui, fino all’età di 7 anni quando gli assistenti sociali lo hanno condotto prima in un istituto, e poi in una casa-famiglia, dove i suoi genitori adottivi lo hanno conosciuto e portato con sé. In questi anni cruciali, il contatto così precoce con la musica è stato il suo porto sicuro, divenendo, progressivamente, la fonte della sua grande passione; passione che ha nutrito cominciando a studiare musica, e che non ha mai più abbandonato. Flauto traverso, percussioni, chitarra, sono gli strumenti con cui si è più intrattenuto, fino a che si è realizzato l’incontro decisivo con l’orchestra giovanile torinese “Pequenas huellas”di Sabina Colonna-Preti, un progetto sociale, pedagogico e formativo, la cui missione è quella di provare a garantire il diritto a un’infanzia felice. È con questa orchestra che Esa, come dice in un’intervista a La Stampa, “ha trovato la sua direzione”. Ed è con quest’orchestra, mix di 4 orchestre giovanili e dei loro cori (due di Catania, una di Palermo e una di Torino) che è divenuto già a 17 anni direttore d’orchestra. Apice di questa importante esperienza, la medaglia e l’attestato di ‘Alfiere della Repubblica’ consegnatogli dal Capo dello Stato Sergio Mattarella, come riconoscimento di un’attività che non è soltanto individuale, ma collettiva e comunitaria e che dà ragione di ogni grande potenzialità della musica, semplicemente praticandola.
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È stato dimostrato ormai da alcuni anni che un’alimentazione sana rappresenta una condizione imprescindibile per vivere in buona salute e a lungo. Più in particolare, è stato il nutrizionista genovese Lorenzo Piroddi, nel 1939, ad intuire la relazione tra alimentazione e salute o, meglio, tra cattiva alimentazione e insorgenza di alcune malattie come diabete, obesità, ipertensione, dislipidemie. A partire da questo illuminante studio, ulteriori ricerche ed indagini, attuate a livello internazionale, hanno diretto verso un vero e proprio modello alimentare, quello della dieta mediterranea appunto, approntato a Pioppi, piccolo paesino di pescatori nel Cilento, da Ancel Keys. Su questa scia, nel 2010 la dieta mediterranea è stata riconosciuta come patrimonio immateriale dell’Unesco (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura).
Da allora è stato chiaro che dieta non vuol necessariamente indicare un’azione dimagrante, rivendicando piuttosto l’origine greca della parola stessa, il cui significato è ‘stile di vita’, ‘regola di vita’, ossia un’alimentazione sana e adeguata allo stile di vita che favorisce la cura della persona e la sua longevità.
La dieta mediterranea è un modello nutrizionale che si rifà, più in particolare, alle tradizioni alimentari italiane, greche, spagnole, marocchine e del sud della Francia: sintesi di diverse culture, questa dieta è stata rappresentata graficamente con una piramide alimentare utile ad una consultazione veloce e facilmente fruibile delle principali regole da seguire. Tra queste, più esplicitamente, si indicano:
-un elevato consumo di olio di oliva;
-un elevato consumo di legumi;
-un elevato consumo di cereali, prevalentemente di tipo integrale;
-un elevato consumo di frutta, prediligendo i prodotti stagionali e locali;
-un elevato consumo di vegetali, preferendo i prodotti stagionali e locali;
-un moderato consumo di vino;
-un moderato consumo di derivati del latte;
-un frequente ma moderato consumo di pesce e pollame;
-un basso consumo di carne e derivati.
A questi 9 punti, però, bisogna aggiungere alcuni consigli comportamentali: stare in salute richiede, infatti, non solo un’alimentazione sana, ma anche una costante attività fisica e, più nello specifico, lunghe camminate. Infine, the last but non the least, i pasti dovrebbero essere consumati a tavola ed in compagnia perché ad essere importante non è soltanto il sostentamento in sé, ma anche e soprattutto come questo avviene. Bisogna, insomma, ritagliarsi delle pause tali da poter mangiare in modo piacevole e rilassato.

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La discriminazione è un fenomeno che pare nato con l’uomo. C’è sempre stata, in ogni società e in ogni cultura di ogni secolo, almeno una minoranza più debole e meno tutelata. L’evoluzione culturale sviluppatasi di secolo in secolo, però, ha fatto sì che sorgessero nuove consapevolezze ed esigenze, generate anche dal fenomeno della globalizzazione, dall’istantaneità della circolazione delle informazioni, e dunque dalla percezione di un’inedita vicinanza tra popoli anche molto distanti culturalmente e geograficamente. Il nuovo e più facile dialogo tra culture diverse ha favorito una maggiore conoscenza e, parallelamente, la riduzione della paura dell’altro e del ‘diverso’.

Eppure, nonostante ciò, restano ancora delle resistenze; la lunga storia della discriminazione non ha ancora tagliato tutte le radici che la legano al mondo. Ed in questo ambito, la secolare tradizione che ha visto la donna su di un gradino inferiore rispetto all’uomo, come si suol dire, ‘barcolla ma non molla’. È risaputo che la donna debba fare i conti con il suo ruolo professionale e con quello di madre, spesso compromettente rispetto alla propria carriera; com’è risaputo ch’esse lavorino di più: secondo i dati Istat, circa 6 ore in più agli uomini ogni settimana.

Non si può dire, però, che le istituzioni non si stiano impegnando affinché si giunga ad una effettiva parità di genere: parità che non è più un’opzione, ma un diritto legalmente istituzionalizzato, almeno in Italia. In merito a ciò, l’articolo 48 del decreto legislativo n. 198/2006 (Codice delle pari opportunità tra uomo e donna), ha previsto un Piano triennale di azioni positive che le amministrazioni pubbliche devono predisporre. Si tratta di un piano che agisce su due livelli, l’uno più teorico, di monitoraggio ed analisi, l’altro più operativo, caratterizzato da misure specifiche e azioni mirate. Gli obiettivi generali sono ovviamente quelli di garantire pari opportunità nell’accesso al lavoro, nella formazione e nella progressione della carriera, al fine di favorire un equilibrio tra tempi di lavoro e vita privata.

Se l’intervento dello Stato pare quindi sostanziale, e non soltanto di facciata, ciò che invece merita di essere analizzata è la resistenza che viene opposta ancora dalla società stessa. L’urgenza che oggi ci chiama è quella di un’azione sensibilizzatrice ed informatrice, volta a far sì che le norme non vengano solo eseguite passivamente, ma interiorizzate e rispettate con partecipazione: soltanto ciò, infatti, renderebbe gli interventi statali realmente efficaci.

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Le reti associative rappresentano molto più di quanto comunemente si creda. Esse generano un vero e proprio patrimonio culturale, e non solo: la loro influenza si impone anche a livello politico. Il tessuto generato dalle attività associative, infatti, non si limita alla messa in campo di momenti rilevanti dal punto di vista culturale, ma va molto oltre ciò, producendo un capitale di norme condivise e l’implementazione di elementi quali la fiducia, la solidarietà e la reciprocità, che favoriscono la cooperazione sociale e, di conseguenza, anche quella politica. Si tratta di quello che Putnam, in La tradizione civica nelle regioni italiane, indica con “capitale sociale”, espressione coniata nel 1993, con la quale “intendiamo qui la fiducia, le norme che regolano la convivenza, le reti di associazionismo civico, elementi che migliorano l’efficienza dell’organizzazione sociale promuovendo iniziative prese di comune accordo”.

Ciò significa che l’associazionismo può dar vita alla costituzione di un nuovo modello politico, il quale tende ad una maggiore orizzontalità, prevedendo un maggior numero di attori politici e sociali. I cittadini, si rivelerebbero qui partecipanti attivi al governo, ad una modalità di governo che è stata perciò detta ‘governance’, per distinguerla da quella tradizionale dov’essi partecipano, invece, alla vita politica e sociale soltanto in maniera indiretta. Maggiore responsabilità dei singoli e, insieme, accrescimento delle relazioni interindividuali: questo è il prodotto che l’attività associativa riesce a creare a livello politico, sebbene con tutte le resistenze che il modello tradizionale oppone ancora oggi.

Non soltanto, quindi, una maggiore diffusione della cultura, e una rete sociale più fittamente intessuta, ma anche una nuova proposta politica, che vuol recuperare la dimensione della collettività, riassegnandole l’autorità e l’importanza che merita.

Un processo tutto in itinere, ancora in fase di evoluzione e sviluppo, che però non può essere ignorato, né sottovalutato, ma che, invece, vale la pena osservare ed incoraggiare per stare al passo con i tempi e per render ragione delle esigenze che partono dal basso e che si affermano, ogni giorno, in modo autonomo e sempre più consapevole.

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Il primo presupposto per poter agire produttivamente sul territorio, è conoscerlo: conoscere la storia delle periferie di Pozzuoli, quindi, per conoscere Pozzuoli nella sua interezza.

La ricerca condotta da Roberto Gerundo e Francesco di Maggio, dal titolo “Monteruscello: Periferia di Stato?” ci dà alcune informazioni necessarie, mostrandoci come questa zona sia sorta, in tempi relativamente brevi, ed in condizioni di emergenza. La crisi bradisistica del 1983, infatti, è stata la causa dell’azione “fondante” di una nuova parte della città, così come era avvenuto, a seguito di un evento analogo, per Rione Toiano, costituitosi a partire dal 1970. Quest’ultima zona ha permesso l’evacuazione dell’intero Rione Terra, mentre Monteruscello è subentrata come alloggiamento degli abitanti sgombrati della cosiddetta “Zona A”, che comprende il centro storico di Pozzuoli e parte del centro abitato adiacente. 

Monteruscello si sviluppa quindi in un tempo di circa due anni, “se si considera il tempo intercorso dallo sgombero della ‘zona A’ (novembre 1983) alla assegnazione dei nuovi alloggi (1985-86)”, e “rappresenta uno dei casi di realizzazione ‘fondante’ di una parte nuova della città attraverso un vasto insediamento di edilizia residenziale di tipo economico-popolare”; la sua costituzione prevedeva nel progetto anche un  altro scopo: ridurre il peso demografico e diradare il tessuto edilizio preesistente.

Una nascita artificiale e subitanea, insomma, quella delle periferie di Pozzuoli; un’origine dall’alto, volta a rimediare ai dissesti a cui una zona come quella puteolana è soggetta.

Quali le conseguenze, quali le condizioni effettive delle periferie? Articoli e articoli parlano di Monteruscello e, più in generale, della periferia di Pozzuoli, come di dormitori, di mega quartieri privi di luoghi di aggregazioni.  Portato come esempio, è il mai concluso Centro tennis, che avrebbe dovuto ospitare, secondo i progetti, competizioni di livello europeo, e che invece non è mai stato completato. Nonostante ciò pare che Monteruscello possa contare su alcuni punti di partenza, per guardare in avanti: ad esempio, la presenza della linea metropolitana, e di un’autostrada urbana con più svincoli, che la rende meno isolata di altre periferie, o la sua rilevanza paesaggistica. 

 

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Il mercato del lavoro negli ultimi anni ha cambiato radicalmente le aspettative dei lavoratori e delle imprese. Se da un lato il job-act introduce incentivi per le imprese che assumono e tutele crescenti per i lavoratori, la fine delle collaborazioni coordinate (cococo, cocopro) ha stressato il mercato del lavoro. In tempi di crisi l’asticella della precarietà si è abbassata ulteriormente basti pensare alla diffusione dei ticket. Molte aziende assumono in congiunture favorevoli per beneficiare degli incentivi e si fermano quando gli incentivi si arrestano. In questo scenario la formazione professionale e l’apprendimento continuo che i lavoratori devono attuare acquista un valore cruciale in termini di ricollocazione nel mercato del lavoro. L’apprendimento continuo non finisce dopo la scuola e l’università ma segue il lavoratore lungo tutto l’arco della sua vita professionale. L’investimento sulle proprie competenze è strategico e l’aggiornamento su ambiti in ascesa come il digitale diventano imprescindibili. Altrettanto rilevanti si presentano le competenze linguistiche sia rispetto alla conoscenza delle lingue straniere sia riguardo l’utilizzo tecnico della lingua madre con skill di scrittura per lettere commerciali e per la reportistica aziendale). La conoscenza delle lingue deve essere appropriata allo svolgimento di mansioni tecniche e non generica e di basso livello come spesso accade sul mercato del lavoro (inglese-francese-spagnolo-ecc, con un vocabolario di termini del commerciale o relativo al settore economico di riferimento). Ma in un mondo sempre più globalizzato, la conoscenza delle lingue diventa fattore fondamentale per l’internazionalizzazione specie per lingue come cinese, russo, indiano, ecc. Le aziende cercano spesso figure che ibridano diverse competenze: commerciali, contabili, IT, social media, project management.

La cura del proprio Cv (la sintesi, la corretta compilazione del curriculum in formato europeo), la ricerca delle opportunità attraverso enti accreditati dal ministero del lavoro, come le agenzie per il lavoro, sono tutti elementi che vanno acquisiti sia in fase di ricerca di prima occupazione sia per eventuali ricollocazioni. L’orientamento al lavoro diventa una questione cruciale per i singoli ma anche per la governance degli attori pubblici e privati che devono coordinarsi per contrastare le nuove forme di marginalizzazione nei confronti di soggetti privi di orientamento al lavoro. Questa svolta deve riguardare gli enti di formazione che sono i primi sia ad intercettare questi nuovi bisogni e a sviluppare un’offerta formativa efficace.

Il terzo settore è parte attiva della governance deputata a creare occasioni di lavoro. Grazie alla riforma del terzo settore approvata durante il governo Renzi, le associazioni avranno finalmente un chiaro inquadramento normativo per operare senza più ambiguità. L’istituzione del servizio civile universale aperto anche ai cittadini stranieri residenti, la possibilità di ripartire gli utili per le imprese sociali, il registro unico del terzo settore è la funzione di vigilanza affidata al ministero del lavoro, sono tutte novità che aprono al mondo del lavoro sociale. Oggi è più facile avere il riconoscimento per la personalità giuridica per gli enti del terzo settore. L’impresa sociale è il vero cuore della riforma e che può destinare i propri utili al perseguimento del proprio oggetto sociale. Ai servizi tradizionali dell’impresa sociale se ne aggiungono altri come il commercio equo e solidale, l’inserimento nel mercato del lavoro di soggetti svantaggiati, l’alloggio sociale, il microcredito, l’agricoltura sociale. L’impresa sociale aumenta gli ambiti in cui può operare e crea occupazione come le imprese profit e alle start-up. S moltiplicano infine le forme di detraibilità e deducibilità sulle donazioni verso il non profit.

 

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