La discriminazione è un fenomeno che pare nato con l’uomo. C’è sempre stata, in ogni società e in ogni cultura di ogni secolo, almeno una minoranza più debole e meno tutelata. L’evoluzione culturale sviluppatasi di secolo in secolo, però, ha fatto sì che sorgessero nuove consapevolezze ed esigenze, generate anche dal fenomeno della globalizzazione, dall’istantaneità della circolazione delle informazioni, e dunque dalla percezione di un’inedita vicinanza tra popoli anche molto distanti culturalmente e geograficamente. Il nuovo e più facile dialogo tra culture diverse ha favorito una maggiore conoscenza e, parallelamente, la riduzione della paura dell’altro e del ‘diverso’.

Eppure, nonostante ciò, restano ancora delle resistenze; la lunga storia della discriminazione non ha ancora tagliato tutte le radici che la legano al mondo. Ed in questo ambito, la secolare tradizione che ha visto la donna su di un gradino inferiore rispetto all’uomo, come si suol dire, ‘barcolla ma non molla’. È risaputo che la donna debba fare i conti con il suo ruolo professionale e con quello di madre, spesso compromettente rispetto alla propria carriera; com’è risaputo ch’esse lavorino di più: secondo i dati Istat, circa 6 ore in più agli uomini ogni settimana.

Non si può dire, però, che le istituzioni non si stiano impegnando affinché si giunga ad una effettiva parità di genere: parità che non è più un’opzione, ma un diritto legalmente istituzionalizzato, almeno in Italia. In merito a ciò, l’articolo 48 del decreto legislativo n. 198/2006 (Codice delle pari opportunità tra uomo e donna), ha previsto un Piano triennale di azioni positive che le amministrazioni pubbliche devono predisporre. Si tratta di un piano che agisce su due livelli, l’uno più teorico, di monitoraggio ed analisi, l’altro più operativo, caratterizzato da misure specifiche e azioni mirate. Gli obiettivi generali sono ovviamente quelli di garantire pari opportunità nell’accesso al lavoro, nella formazione e nella progressione della carriera, al fine di favorire un equilibrio tra tempi di lavoro e vita privata.

Se l’intervento dello Stato pare quindi sostanziale, e non soltanto di facciata, ciò che invece merita di essere analizzata è la resistenza che viene opposta ancora dalla società stessa. L’urgenza che oggi ci chiama è quella di un’azione sensibilizzatrice ed informatrice, volta a far sì che le norme non vengano solo eseguite passivamente, ma interiorizzate e rispettate con partecipazione: soltanto ciò, infatti, renderebbe gli interventi statali realmente efficaci.

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Le reti associative rappresentano molto più di quanto comunemente si creda. Esse generano un vero e proprio patrimonio culturale, e non solo: la loro influenza si impone anche a livello politico. Il tessuto generato dalle attività associative, infatti, non si limita alla messa in campo di momenti rilevanti dal punto di vista culturale, ma va molto oltre ciò, producendo un capitale di norme condivise e l’implementazione di elementi quali la fiducia, la solidarietà e la reciprocità, che favoriscono la cooperazione sociale e, di conseguenza, anche quella politica. Si tratta di quello che Putnam, in La tradizione civica nelle regioni italiane, indica con “capitale sociale”, espressione coniata nel 1993, con la quale “intendiamo qui la fiducia, le norme che regolano la convivenza, le reti di associazionismo civico, elementi che migliorano l’efficienza dell’organizzazione sociale promuovendo iniziative prese di comune accordo”.

Ciò significa che l’associazionismo può dar vita alla costituzione di un nuovo modello politico, il quale tende ad una maggiore orizzontalità, prevedendo un maggior numero di attori politici e sociali. I cittadini, si rivelerebbero qui partecipanti attivi al governo, ad una modalità di governo che è stata perciò detta ‘governance’, per distinguerla da quella tradizionale dov’essi partecipano, invece, alla vita politica e sociale soltanto in maniera indiretta. Maggiore responsabilità dei singoli e, insieme, accrescimento delle relazioni interindividuali: questo è il prodotto che l’attività associativa riesce a creare a livello politico, sebbene con tutte le resistenze che il modello tradizionale oppone ancora oggi.

Non soltanto, quindi, una maggiore diffusione della cultura, e una rete sociale più fittamente intessuta, ma anche una nuova proposta politica, che vuol recuperare la dimensione della collettività, riassegnandole l’autorità e l’importanza che merita.

Un processo tutto in itinere, ancora in fase di evoluzione e sviluppo, che però non può essere ignorato, né sottovalutato, ma che, invece, vale la pena osservare ed incoraggiare per stare al passo con i tempi e per render ragione delle esigenze che partono dal basso e che si affermano, ogni giorno, in modo autonomo e sempre più consapevole.

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