Il mercato del lavoro negli ultimi anni ha cambiato radicalmente le aspettative dei lavoratori e delle imprese. Se da un lato il job-act introduce incentivi per le imprese che assumono e tutele crescenti per i lavoratori, la fine delle collaborazioni coordinate (cococo, cocopro) ha stressato il mercato del lavoro. In tempi di crisi l’asticella della precarietà si è abbassata ulteriormente basti pensare alla diffusione dei ticket. Molte aziende assumono in congiunture favorevoli per beneficiare degli incentivi e si fermano quando gli incentivi si arrestano. In questo scenario la formazione professionale e l’apprendimento continuo che i lavoratori devono attuare acquista un valore cruciale in termini di ricollocazione nel mercato del lavoro. L’apprendimento continuo non finisce dopo la scuola e l’università ma segue il lavoratore lungo tutto l’arco della sua vita professionale. L’investimento sulle proprie competenze è strategico e l’aggiornamento su ambiti in ascesa come il digitale diventano imprescindibili. Altrettanto rilevanti si presentano le competenze linguistiche sia rispetto alla conoscenza delle lingue straniere sia riguardo l’utilizzo tecnico della lingua madre con skill di scrittura per lettere commerciali e per la reportistica aziendale). La conoscenza delle lingue deve essere appropriata allo svolgimento di mansioni tecniche e non generica e di basso livello come spesso accade sul mercato del lavoro (inglese-francese-spagnolo-ecc, con un vocabolario di termini del commerciale o relativo al settore economico di riferimento). Ma in un mondo sempre più globalizzato, la conoscenza delle lingue diventa fattore fondamentale per l’internazionalizzazione specie per lingue come cinese, russo, indiano, ecc. Le aziende cercano spesso figure che ibridano diverse competenze: commerciali, contabili, IT, social media, project management.

La cura del proprio Cv (la sintesi, la corretta compilazione del curriculum in formato europeo), la ricerca delle opportunità attraverso enti accreditati dal ministero del lavoro, come le agenzie per il lavoro, sono tutti elementi che vanno acquisiti sia in fase di ricerca di prima occupazione sia per eventuali ricollocazioni. L’orientamento al lavoro diventa una questione cruciale per i singoli ma anche per la governance degli attori pubblici e privati che devono coordinarsi per contrastare le nuove forme di marginalizzazione nei confronti di soggetti privi di orientamento al lavoro. Questa svolta deve riguardare gli enti di formazione che sono i primi sia ad intercettare questi nuovi bisogni e a sviluppare un’offerta formativa efficace.

Il terzo settore è parte attiva della governance deputata a creare occasioni di lavoro. Grazie alla riforma del terzo settore approvata durante il governo Renzi, le associazioni avranno finalmente un chiaro inquadramento normativo per operare senza più ambiguità. L’istituzione del servizio civile universale aperto anche ai cittadini stranieri residenti, la possibilità di ripartire gli utili per le imprese sociali, il registro unico del terzo settore è la funzione di vigilanza affidata al ministero del lavoro, sono tutte novità che aprono al mondo del lavoro sociale. Oggi è più facile avere il riconoscimento per la personalità giuridica per gli enti del terzo settore. L’impresa sociale è il vero cuore della riforma e che può destinare i propri utili al perseguimento del proprio oggetto sociale. Ai servizi tradizionali dell’impresa sociale se ne aggiungono altri come il commercio equo e solidale, l’inserimento nel mercato del lavoro di soggetti svantaggiati, l’alloggio sociale, il microcredito, l’agricoltura sociale. L’impresa sociale aumenta gli ambiti in cui può operare e crea occupazione come le imprese profit e alle start-up. S moltiplicano infine le forme di detraibilità e deducibilità sulle donazioni verso il non profit.

 

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